ALESSANDRO FILARDO

GLI SGUARDI

La ricerca inizia nel 2004, con un quesito: qual è la finestra che più di ogni altra segna il confine tra l’ interiorità dell’uomo e  il mondo che lo circonda? La risposta che mi sono dato inizialmente è stata questa, lo sguardo.

Trasmette tutto dell’altro, chi lo conosce lo sa leggere bene, sa cosa sta provando, tristezza o felicità, insoddisfazione o compiacimento; lo sguardo, se interrogato a fondo, non mente.
Riducendo il ritratto classico ai minimi termini – una sintesi quindi, volta ad eliminare tutto ciò che ad esso non è indispensabile per trasmettere un pensiero –, ciò che resta è l’espressività dello sguardo, che supera di gran lunga qualsiasi altra caratteristica fisionomica dell’essere umano in grado di trasmettere emozioni, almeno secondo il mio punto di vista.

Selezionati determinati soggetti provvisti di sguardi particolarmente evocativi, circoscritto il campo della composizione ed isolato al solo sguardo, il passo successivo è stato il tentativo di dare loro voce riportandoli sulla tela; catturando quell’istante in cui passa qualcosa tra gli occhi di due persone, quel qualcosa che dura solo un attimo, poi non c’è più.

Dimensioni amplificate per accrescere l’impatto visivo col fruitore dell’opera, l’immagine fuoriesce dai bordi della tela, suggerendo misure ancor maggiori di quelle del dipinto: il risultato è di suscitare deliberatamente inquietudine e senso di spaesamento, istigando però anche ad un’analisi più approfondita del pensiero che quello sguardo fisso e indagatore sta cercando di comunicargli.
Taglio cinematografico, frontale, diretto: un’occhiata impossibile da evitare, con cui si è costretti a fare i conti e, conseguentemente,  tentare invano di decifrarne il messaggio.
La suddivisione dello spazio pittorico delle composizioni in dittici e trittici, è volta a riportare l’attenzione del fruitore all’utilizzo di supporti pittorici classici, sottolineando quindi l’intenzione di dar voce a questi grandi sguardi servendosi semplicemente della loro immagine dipinta.
Coerentemente con il concetto di sintesi visiva effettuato con lo sguardo, anche  l’uso del colore è volutamente ridotto: la gamma di tonalità è ristretta ad un bianco accecante contrapposto ad un nero totale – riferimento voluto rispettivamente alla sovraesposizione e alla sottoesposizione fotografica, particolarità d’origine delle immagini di riferimento ma anche al contraddittorio rapporto tra luce ed ombra, elementi che hanno sempre e comunque a che fare con l’interiorità di ogni uomo - ; nel mezzo, fa capolino un blu elettrico psichedelico volto ad accrescere la carica contemplativa dei soggetti, e ad accentuarne i già molteplici interrogativi.

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